Habent sua fata libelli? Sì.

Logos – Festa della Parola è soltanto una delle decine di manifestazioni sull’editoria indipendente che ogni anno si costruiscono in Italia, completamente autofinanziate e messe insieme grazie all’impegno e alla militanza di decine di attivist* dalle esistenze più che precarie. Logos, come tante altre manifestazioni, seleziona gli inviti in base alle discriminanti dell’antifascismo, dell’antirazzismo e dell’anti-sessismo, e lo fa con la cura dovuta di chi propone una diffusione dei saperi e delle culture libera e indipendente, e considera quel momento di divulgazione una cosa diversa da una sagra della porchetta. Così, per esempio, la partecipazione da parte degli editori non è mai discriminata dal fattore economico, gli spazi sono a loro disposizione: la scelta è politica.

Per le manifestazioni come Logos, però, il problema è quello di farsi sentire, di uscire dai ristretti canali del movimento antagonista. È impegnativo invitare ospiti, a maggior ragione se internazionali, perché la contabilità è a un livello domestico e non si hanno grandi mezzi a disposizione. Partire dal basso è estenuante; riuscire a comunicare con grandi nomi e trasmettere il tuo progetto una vera fatica. I nostri ospiti si adattano a vivere Logos insieme a noi, a dormire nelle nostre case, a mangiare sui nostri tavoli: siamo lontani dalle comodità degli alberghi a quattro o cinque stelle, ma in quei giorni avvengono scambi culturali e umani che lasciano ricordi indelebili e la voglia di tornare.

Dall’altra parte le grandi Fiere come il Salone, finanziate con denaro pubblico per centinaia di migliaia di euro quasi senza limiti di spesa raccontano, con la complicità dei loro grandi ospiti, di un paradiso che non esiste, e mostrano quanto sia grande l’impegno mecenatesco (che confondono con democratico) nel far partecipare alla loro tavola i piccoli editori indipendenti, i quali in realtà assomigliano più ai bambini tenuti incatenati al tavolo di lavoro in alcune fabbriche asiatiche che a degli esseri padroni del loro destino. Per la maggioranza loro non c’è vita all’infuori della grande distribuzione e basta che Amazon gli diminuisca di uno zero virgola i margini di guadagno per farli andare a gambe all’aria. Questo perché hanno rinunciato al ruolo di testimoni del proprio tempo, di protagonisti della scena culturale e politica, o non ci hanno proprio mai pensato intraprendendo il mestiere di editori come avrebbero intrapreso qualsiasi altra attività economica. Ma tutto questo agli ospiti e ai visitatori non appare per la gran quantità di cortina fumogena prodotta dal carrozzone, e dal fatto, sempre vero, che non c’è cieco peggiore di chi non vuol vedere (non è da quest’anno che una casa editrice apertamente fascista partecipa al Salone di Torino. Ciò solleva la questione di quanto un’opposizione “dall’interno” sia finora stata efficace e ci sarebbe tanto altro da dire).

Per destinare quelle risorse a tanto sfarzo bisogna sacrificare cose di poco conto dal punto di vista del ritorno economico e politico e d’immagine come le librerie indipendenti per esempio, le cui vetrine dovrebbero essere lo spazio di naturale approdo per i libri degli editori indipendenti che, invece, con il cappio al collo si genuflettono per essere ammessi sugli scaffali delle grandi catene librarie e non possono far altro.

Così le manifestazioni autofinanziate come Logos – che sono oasi nel deserto in territori in cui gli spazi sociali sono criminalizzati, le librerie fagocitate dalle logiche sopra descritte, e di libri nelle case di una popolazione per la maggioranza ipoalfabetizzata, non ce n’è nemmeno l’ombra – sono abbandonate a loro stesse.

Da questa considerazione nasce il nostro appello rivolto a intellettuali ed editori protagonisti della scena culturale antifascista: che oltre a chiedersi cosa fare di Torino, partecipino a queste manifestazioni periferiche che l’antifascismo lo fanno tutto l’anno, a volte prendendo posizioni considerate impopolari e indecorose; partecipino a queste manifestazioni che non hanno uffici stampa prestigiosi e che sono costruite dal basso delle giornate rubate al lavoro, nel sacrificio del proprio benessere; partecipino a queste manifestazioni che si muovono grazie a un unico motore, offrire spazi di scambio, di reale compartecipazione, di condivisione dei saperi ed evoluzione di una coscienza collettiva antifascista.

Persone come #WuMing(Z)ZeroCalcareAlberto PrunettiLoredana Lipperini, Wolf Bukowski, e tant* altr* autrici e autori, artist* come Pablo EchaurrenRita Petruccioli, come MP5, che oggi illustra il Salone, hanno partecipato e partecipano a esperienze come quella di Logos. Crediamo che ognun* debba essere liber* di scegliere come partecipare o se partecipare al Salone di Torino: l* chiamiamo però a scegliere di girare per la città, di rispondere alle richieste dei territori, di far sentire la propria presenza nei presidi antifascisti più lontano dai riflettori dove il nemico di sempre sveste la cravatta e dà fuoco alle librerie.

Questo è il nostro appello.

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